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Padre Pio, di Abel Ferrara

Il Padre Pio che Abel Ferrara porta a Venezia all’interno delle Giornate degli Autori non è il racconto sulle capacità miracolose del frate di Pietralcina ma uno storia di ferite emotive e tragedia.

La San Giovanni Rotondo in cui arriva Pio poco dopo la fine del primo conflitto mondiale è un luogo poverissimo, controllato da proprietari
terrieri avari e spietati che opprimono individui miti.
L’unica speranza sembra essere rappresentata dalle elezioni dell’ottobre 1920 che furono vinte dai socialisti. Una vittoria repressa nel sangue che cambierà la storia del paesino e di una società, preludio agli anni bui del fascismo.

Una tragedia delineata dal regista americano su un doppio binario: quello del frate sofferente e in preda a crisi psicofisiche e la solitudine della gente del posto.
Le strade di Pio e degli avvenimenti cittadini non si incrociano, Ferrara li isola eppure si trovano unite nella sofferenza, nel patire.

La forza del film sta nel rendere tangibile il tema del male concentrandosi sul sangue e i corpi sottratti alla vita dei contadini, mentre il tema del sacro, del mistico echeggia attraverso visioni, allucinazioni e tentazioni, appunto, carnali.

Padre Pio è come gli ultimi: in lotta contro un male, concreto per i suoi fedeli, spirituale per il cappuccino i cui doni emergono nell’ombra, non venendo mai enfatizzati perché Ferrara al di là del piano religioso è interessato ai patemi dell’essere umano.

 

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