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Venezia 78: Freaks Out, di Gabriele Mainetti

Gli X-Men burini di Gabriele Mainetti. Potremmo sintetizzare così l’atteso Freaks Out.

Come per Lo chiamavano Jeeg Robot Mainetti attinge a diversi elementi della saghe cinematografiche a fumetti per raccontare una storia italiana.

Lo scenario è la Roma occupata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale dove Israel è l’artefice di un circo itinerante che ospita quattro individui speciali. Talmente speciale che anche un tenente del Zircus Berlin di Roma li sta cercando da tempo per servirsene.

Se i super poteri per chi esercita il male sono una risorsa preziosa e un dono, non lo sono per i fenomeni da baraccone che Mainetti porta in scena. Isolati, timorosi, sempre allerta, con poca voglia di mostrarsi e mostrare le proprie capacità.

Un peso soprattutto per l’elemento femminile del gruppo Matilde che vive come un fardello le sue non del tutto note straordinarietà.

Come per gli eroi della Marvel il concetto di famiglia si traduce in personaggi che si sono trovati o sono stati trovati da qualcuno per far squadra, dando il meglio di sé attraverso azioni concrete. Famiglie non di sangue ma non meno conflittuali, un conflitto che emerge e si dipana quando il loro padre circense scompare.

È da questo punto Freaks Out comincia sul serio, dopo un prologo che aveva introdotto e spiegato in maniera molto veloce e chiara i presupposti narrativi, coniugando le vicende della guerra con i canoni e le dinamiche del film d’avventura: le divisioni, gli imprevisti, l’incontro con nuovi alleati.

Mainetti guarda alle grandi storie a fumetti per crearne una sua di grande storia legandondola al territorio, ai nostri volti, paesaggi, modi di fare e dire.

Non ci sono la luminosità e i colori sgargianti tipiche delle produzioni di Kevin Feige. Con Freaks Out siamo più nei dintorni dell’introspezione alla Nolan e all’universo di casa DC: individui fuori posto e sbagliati, storti e gobbi che fanno il meglio che hanno con quel poco a disposizione (insomma nessuno scudo di vibranio alla Capitan America).

Freak Out segue con le proprie idee la propria strada disegnando ad esempio delle musiche originali e calzanti, gestendo con disinvoltura le varie fasi del racconto: il dramma con la comicità, l’inconsueto con la realtà, l’avventura e l’intimità.

Dopo Lo Chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Msinetti riesce ad appassionarci, ad attirarci verso personaggi singolari e taciturni, ad una storia corale senza cercare virtuosismi visivi ma traducendo al meglio la strategia produttiva con un cinema di fantasia ma al contempo reale.

L’unica pecca, come per il suo primo lungometraggio, sarebbe non costruire attorno a personaggi e scenari altre storie facendo sparire nuovamente Enzo Ceccotti e i Fantastici Quattro all’italiana nell’anonimato, tra la maestosità e le albe di un Roma fantastica.

 

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