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Torino37: donne alla ricerca di identità in Wet Season e God Exists, Her Name is Petrunya

L’Oriente che incontra l’Occidente anche dal punto di vista climatico. In questi primi giorni di Torino Film Festival la pioggia è la grande protagonista della rassegna proprio come in Wet Season, opera seconda di Anthony Chen presentata nel concorso Torino 37.

A Singapore un’insegnante di cinese non troppo soddisfatta del lavoro sta provando da tempo ad avere un bambino tramite l’inseminazione; la sua tenacia fa da contraltare alla distanza spaziale ed affettiva di un marito sfuggente. Mancanze che la donna compensa prendendosi cura del suocero malato e aiutando uno studente nelle ripetizioni di inglese.
Lo scenario pulito, silenzioso ed efficiente della metropoli asiatica esprime una condizione di solitudine in cui agli individui non sono concesse deviazioni. Ma Lin desidera altro, oltre la routine di una purezza estetica apatica c’è una donna che pulsa, che anela un sussulto per liberarsi definitivamente dal giudizio altrui.

Quello di Wet Season è un cinema di sguardi, di persone capaci di trasmettere sentimenti solo con gli occhi o la presenza, un cinema che parte dalle azioni, da qualcosa di concreto per arrivare alle emozioni e riconoscere un’ altra stagione per la propria esistenza, oltre le piogge.

 

Protagonista al femminile anche in God Exists, Her Name is Petrunya, di Teona Strugar Mitevska. Laureata in Storia, Petrunya vive con in genitori in una piccola cittadina macedone, è

disoccupata, nessuno la apprezza eccetto il dolce papà e il mondo gli ricorda continuamente quanto sia brutta e incapace.
Una condizione che subisce una scossa quando durante l’annuale cerimonia religiosa Petrunya si tuffa assieme ai partecipanti maschili per recuperare la croce portatrice di benefici.
Succede che la ragazza è la prima a ripescare l’oggetto sacro, cosa che infuriare i maschi del paese. Condotta in commissariato e costretta a fornire spiegazioni, pur non essendo formalmente in arresto, a seguito del suo gesto Petrunya conoscerà l’insofferenza rabbiosa di una società patriarcale, di uomini (e donne) prepotenti e religiosi ma avari e intolleranti, non disposti a mutare un sistema di “valori” fondato sull’autorità maschile.

Da episodio innocente e curioso, il caso ha un’enorme risonanza mediatica, che Petrunya affronta con una semplicità di intenti volti a rovesciare mediante quel gesto il significato dei simboli e la loro appartenenza.

Il commissariato di polizia si muta in una sorta di santuario all’interno del quale la ragazza si impegna stoicamente per mutare gli schemi e i ruoli imposti, rivendicando l’indipendenza del proprio io rispetto rispetto ad uno spartito sociale sofferente ai cambiamenti, soprattutto se a veicolarli è una donna.
Un film in grado di raccontare la contemporaneità e le sue contraddizioni mediante le immagini e i simboli.

 

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