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Avengers: Endgame, di Anthony e Joe Russo (no spoiler)

 


Per analizzare Avengers: Endgame senza addentrarci minuziosamente nei percorsi di un film che conclude un cammino di storie e personaggi lungo ben undici anni forse dovremmo iniziare dalla fine, dalla maniera in cui sono “organizzati” i crediti del film.
Perché se c’è una cosa chiarissima che questo colossal pazzesco (tra l’altro è il film numero 22 prodotto dai Marvel Studios e quel numero sappiamo un po’ tutti cosa significa simbolicamente) afferma è questa: Endgame è la “risoluzione” sentimentale del percorso dei 6 vendicatori originali.

Tutto l’irrisolto, l’abbozzato, il non detto che aveva permesso a Thanos di attuare il proprio disegno in Infinity War qui viene definito. Come il precedente, questo capitolo degli Avengers inizia in medias res soffermandosi su un momento di vita del vendicatore più “ordinario” di tutti. Parte della lucentezza che ha permesso al franchise di prosperare e introdurre nuovi tasselli in universo di racconti sempre più ampio è stata la capacità di ridefinire consuetudini di trama da cinecomic e film dal grande budget: Infinity War era di fatto la storia del “cattivo”, della sua visione dell’universo in antitesi a quella di personaggi sempre pronti all’azione ma incapaci nel momento più introspettivo, di riflessione, sulla loro stessa esistenza come protettori, di trovare un compromesso, un’intesa, finendo per dividerli; la prima parte del film (una prima ora abbondante) rovescia nuovamente le aspettative facendosi cupa come mai era successo, nemmeno nei momenti di crisi, all’interno dell’universo cinematografico.
Poca adrenalina e azione, tanti dialoghi e situazioni verbali in cui si sussurra, qualcuno singhiozza e parla piano, la lacerazione e lo sgomento sono evidentissimi sulle facce una volta solide e sprezzanti. Non si arriva mai alla tragicità e alla gravitas che ad esempio hanno caratterizzato le prime trasposizioni cinematografiche della principale controparte fumettistica della Marvel, ma è un aspetto nuovo, in tal senso nel capitolo finale si “esplora” l’intimità dei personaggi principali; nonostante infatti almeno quattro dei sei vendicatori originali abbia avuto un film standalone non è possibile definire quei titoli delle vere storie di origine, nel senso che li abbiamo visti sempre indaffarati, in movimento, pronti a risolvere problemi più o meno giganteschi e i rapporti personali, l’intesa con terze parti sono stati spesso subordinati per definire l’agire.

Ecco l’audacia di Endgame sta nel rovesciare quel bilanciamento, se fino ad Infinity War ognuno mostrava chi era per mezzo del proprio addestramento, della tecnologia, di poteri divini e in più in generale trovando dei punti di connessioni attraverso qualcosa di materiale, e quindi essendo molto concreti, adesso è l’ora delle parole, della ponderazione, nella fase più nebulosa dello loro esistenze gli eroi fanno cadere le proprie “corazze” piangendo e disperandosi.
Per smuoverli da tale impasse si sceglie di ricorrere ad un espediente narrativo ormai inflazionato citando e prendendo in giro riferimenti della cultura pop, è un modo per dire agli spettatori che l’ultima mossa dei Vendicatori è qualcosa di completamente nuovo rispetto a quanto conosciamo. In parte è vero, è il segmento centrale del racconto propedeutico al gran finale ed è al contempo il passaggio di Endgame che ingarbuglia un pochino il film sia per la complessità dello stratagemma messo in campo sia perché non vi è un vero cambio di passo nonostante tornino protagoniste strumentazioni tecnologiche di varia fattura, la vera linfa della saga, ma è anche la fase narrativa che in aggiunta alla prima parte di Engame permette ai protagonisti di mostrarsi più spontanei, omaggiando in una sorta di dietro le quinte tanti passaggi cult del franchise.

In una “fine che è parte del viaggio” Avengers:Endgame non rinuncia al proprio stile, inserendo l’humor, il sarcasmo e la macchietta in situazioni che dovrebbero essere molto seriose o meramente pratiche confermando l’equilibrio stilistico nel passare tra ambientazioni eterogenee, il realismo ottenuto da ringiovanimenti digitali in armonia con effetti speciali atti a rendere elementi e scenari fantascientifici molto naturali. Infinity War riusciva ad essere molto più universale anche per le tematiche presentate (il sovrappopolamento, risorse non infinite, conflitti sociali) e nonostante i molteplici terreni di scontro, adrenalinico, stupendo per i tempi e i modi in cui faceva confluire tutta l’azione e la varietà dei personaggi.

Avengers:Endgame paradossalmente è un finale di saga meno appariscente ma più coinvolgente, tenuto conto che in queste storie lo spazio e la galassia sono diventate il teatro narrativo principale, anche la cifra registica con cui la camera si muove verso il basso, permette allo spettatore di sentirsi in empatia con i protagonisti, con una chiusura di partita davvero introspettiva che da il senso del perché questo piccolo pianeta, la Terra, sforni individui,  fortissimi o ricchissimi, talmente caparbi dal fare dei propri fallimenti la parte migliore di sé, mettendola al servizio degli altri.

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