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Black Panther

Black Panther, di Ryan Coogler

Black Panther con il suo ampio cast di persone di colore è probabilmente il film dei Marvel Studios più politico e ideologicamente americano.
Dopo la morte di suo padre, avvenuta nelle battute iniziali di Captain America: Civil War, il principe T’Challa torna nel suo paese d’origine per ereditare lo status di re.
Wakanda è una nazione del continente africano dotata di enormi risorse di vibranio, minerale che ha contribuito allo splendore architettonico e tecnologico di un paese conosciuto al mondo nei suoi elementi più tradizionali ma in reatà autocelatosi al mondo esterno, compresa l’Africa.

Lo scenario del terzo film di Ryan Coogler è africano ma parla all’America e dell’America; Black Panther si snoda su evidenti contraddizioni, ma è nei contrasti che il racconto trova una sua dimensione. Un po’ come la Themyscira di Wonder Woman Wakanda è isolata dal mondo perché svelare la propria natura sarebbe un pericolo per la stabilità e il benessere della nazione.
Per una volta è un bene che i potenti (gli americani) credano che Wakanda sia l’ennesimo paese del Terzo Mondo con fabbriche tessili, pastori, e qualche vestito figo. Il che è anche vero, le avanzate tecnologie non tolgono spazio a tradizioni e modi di vivere primordiali.
Il giovane re T’Challa a differenza di molti eroi dell’Universo Cinematografico Marvel non è accompagnato dal fervore nel mettere in mostra le proprie abilità, ogni azione o missione è ponderata ed ha come scopo primario quello di proteggere Wakanda. Anche quando si sconfina in territori stranieri l’interesse non è collettivo ma personale. Insomma questo semi sconosciuto e potente stato, opera come gli Stati d’Uniti d’America seppur con motivazioni di fondo discordanti: il re T’Challa non ha mire espansionistiche, non intende utilizzare l’enorme ricchezza scientifica per finalità globali che abbiano risvolti poi vantaggiosi per la propria nazione.

Un mantenimento dello status quo che subisce uno scossone quando un wakandiano cresciuto nell’emarginazione e nei ghetti della grande America fa ritorno a casa per sfidare il giovane re con l’intento di sfruttare l’enorme dono concesso dal vibranio per liberare dall’oppressione tutti gli africani, anche se le popolazioni del grande continente nero non vengono mai citate: è qui che emerge una delle varie contraddizioni: liberare i propri fratelli, coloro che vivono nelle metropoli europee, americane ed asiatiche sfidando i potenti con le armi e la violenza proprio come gli americani.
E sarà l’antagonista, che poi è quasi sempre un componente dello stesso universo (come lo era il Joker del Cavaliere Oscuro) a rovesciare le certezze dell’eroe, è attraverso il suo risentimento e la collera che T’Challa guarda sé stesso e il proprio regno da un’altra prospettiva, un presente e un orizzonte dove il comando e le corone saranno anche appannaggio degli uomini ma che destina all’universo femminile le decisioni più audaci e lo sviluppo sociale e tecnologico di una società, un aspetto questo che lega la narrazione e mitiga l’affanno che accompagna le scene action: siamo lontani dalla pulizia estetica, efficace ma altrettanto anonima con la quale i fratelli Russo plasmano i combattimenti, non a caso Coogler per fotografia e scenografia si è affidato a due persone che hanno lavorato nei suoi precedenti film e in Black Panther emergono a pieno il senso di oppressione e saturazione caratterizzante dei sobborghi periferici nei quali risiedono spesso gli afroamericani.

black panther

L’ambientazione, i rituali, i costumi sono fattori di forte impatto per la comunità afro e fare di una nazione africana un luogo che non necessita di aiuti esterni, ma addirittura capace di fare invidia alle potenze coloniali mondiali non può che agevolare la partecipazione e l’orgoglio in un’ampia fetta di pubblico. Restano un pretesto che Coogler sfrutta per creare una visione quanto più immersiva possibile facendo un passo indietro rispetto all’enfasi o all’appariscenza di altre pellicole dell’universo Marvel.

Black Panther infatti non da il meglio dì sé nella resa stilistica di un micro-cosmo futuristico: persino i “grattacieli” wakandiani sono quanto di più possibile vicino all’Avengers Tower di New York ma nel tocco personale, quello più umano, con il quale Coogler guida il racconto: il film comincia e finisce ad Okland, la città protagonista del suo film d’esordio nonché luogo di origine del regista, nota per numerosi fatti di cronaca nera dove i protagonisti sono gli afro-americani.

 

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