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A quiet place

A Quiet Place – Un posto tranquillo, di John Krasinski

L’horror al cinema oggi si dirige sempre più tra le braccia delle persone a noi più care, non è solo una lotta per la sopravvivenza, è definizione del nostro io ancor prima del nostro essere umani.
Se attendete un horror dalle tinte oscure, dal ritmo forsennato e con esagerata suspense optate per un’altra versione del genere. A Quiet Place sceglie la strada dell’emotività e della pacatezza, seguendo i brillanti esempi di Conjuring, Split e Get Out.

John Krasinski alla sua terza regia, e qui protagonista nonché co-sceneggiatore, prende gli elementi più canonici dell’horror e del thriller e li sfrutta per raccontare una storia drammatica in cui la famiglia è il centro di ogni decisione.
In un 2020 post-apocalittico gli esseri umani vengono cacciati dalle città, dai centri urbani per via di misteriose creature, molti simili ai demoni del sottosopra di Stranger Things. In A Quiet Place però gli alieni non vivono in un mondo parallelo al nostro ma escono allo scoperto e uccidono letteralmente il nostro modo di vivere: dotati di un super udito, allergici al rumore ci attaccano e ci eliminano.
Sarà che con una figlia sordomuta la famiglia Abbot ha saputo meglio di altri adattarsi alla nuova realtà; Krasinski esplicita subito tale aspetto in un prologo essenziale quanto efficace: ai bambini non è permesso svagarsi con giochi elettronici, né tantomeno saltellare o giocare liberi per le strade.
È un ritorno alle origini, si cammina a piedi nudi, molto spesso su sentieri già battuti e ricoperti da una sorta di sabbia bianca, forse metafora di una dimensione più pura, libera dalle distrazioni fragorose del mondo contemporaneo.

Il ritornare alla condivisione, allo stare insieme dividendosi le mansioni, viene rappresentato da una nuova vita in campagna tra piantagioni di grano e fattorie.
In questo scenario il silenzio già protagonista del nuovo mondo diventa il motore dell’azione, in molteplici forme e con diversi stati d’animo. Krasinsky riserva ad ogni componente della famiglia il proprio tempo col silenzio, con le paure, con i momenti di tensione che arrivano sempre con lucidità ed equilibrio.
Bisogna sentirlo il rumore dell’ignoto, della paura, per imparare ad essere vivi anche quando si è poco più che bambini: è questo che insegna il papà ai propri figli. E nonostante l’emergenza, in una situazione in cui sembra che tutto debba essere inghiottito da mostrousità e abisso fuoriesce non solo l’abilità registica nel gestire il genere ma soprattutto la volontà di irradiare con luce e candore il nucleo famigliare ancora capace di desiderare la vita nonostante una condizione straordinaria e le incomprensioni relazionali.

Perché chi siamo davvero se non riusciamo a comunicare il bene alle persone che amiamo? Per farlo non servono lunghi monologhi o frasi ad effetto ma preziosi sguardi, un ascolto partecipe, un’unione genuina oltre ogni distrazione materiale e non che conduce allo smarrimento, all’essere distanti pur stando nello stesso tempo e luogo.

A Quiet Place

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